LA DIFFERENZA TRA DOLORE E SOFFERENZA

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La sofferenza non è data dal dolore in sé ma dalla resistenza al dolore, e ciò a cui si resiste, persiste.

Questa distinzione mi fu molto chiara per la prima volta assistendo a una costellazione familiare sistemica. Un partecipante, dopo aver narrato alcuni episodi di guerra in cui era stato coinvolto il nonno paterno, entrò in una drammatizzazione delle emozioni molto intensa e caotica.

Scalciava, piangeva e gridava ad alta voce, e tutti ne rimanemmo alquanto impressionati.

A un certo punto il conduttore si rivolse al gruppo e disse più o meno queste parole: “Ecco, avete appena assistito a un ottimo trucco per non sentire nulla”.

A quel punto la drammatizzazione terminò di colpo e rimase un pianto sommesso, dignitoso e molto accorato per la tragica sorte del nonno.

Drammatizzare gli eventi è un ottimo modo per evitare la connessione con l’emozione più reale e profonda sottostante.

Bert Hellinger ha creato una distinzione molto simile a quella sopra descritta, definendo emozioni primarie quella categoria di emozioni che rendono l’individuo forte, sono espressione dirette dell’animo umano e facilitano il cambiamento.

Ad esempio, lo sono l’amore quando è espresso dal cuore, il senso di umiltà, il rispetto, mentre sono emozioni secondarie quelle che bloccano l’individuo, servono a convincere se stessi e gli altri che non c’è nulla da fare, ci trasformano in un individuo in richiesta che mendica aiuto, riconoscimento, senza desiderio concreto di abbandonare quella maschera.

Il dolore è un’emozione primaria, la sofferenza un’emozione secondaria.

Le persone che si ritengono vittime innocenti di determinate situazioni e colgono solo le loro ragioni il più delle volte esprimono emozioni secondarie che rendono difficile un dialogo costruttivo, adatto al cambiamento: biasimano, sono arrabbiate, piangono se stesse e la propria sfortuna, additano rancorose un fato così crudele, si ritengono uniche e superiori agli altri nel loro destino così tragico (come me non c’è nessuno).

In alcuni casi sono compiacenti ma si coglie nel loro sguardo un atteggiamento di sfida sottotitolato “prova a cambiarmi se ci riesci”.

Occorre un profondo rispetto per queste persone, facilitare la presa di contatto con emozioni primarie, lasciare che aprano una breccia  sull’identità che hanno costruito sulla loro sofferenza, atta a proteggerle dal dolore sottostante.

Quello che noi possiamo fare incontrando una vittima decisa a trascorrere parte del suo tempo a piangersi addosso magari approfittando della nostra spalla è spostarci e revocare disponibilità alla consolazione.

Ciò che sembra scortese e inopportuno è in realtà una forma di rispetto, significa “ Mi dispiace non posso nulla per le tue ferite, e siccome rispetto te e la tua dignità ti ascolto ma non ti consolo, non ho consigli da darti su cosa devi fare .”

Possiamo riposare meravigliosamente a nostro agio nella semplice presenza, senza desiderio di guarire, aiutare , salvare e consolare, e la differenza è la stessa che esiste tra due persone che brancolano nel buio muovendosi a tentoni e urtandosi e due persone una delle quali si limita ad accendere una luce per illuminare il sentiero senza necessità di indicarlo.

La fonte della guarigione propria e altrui è la presenza.

tratto dal libro ” Costellazioni familiari sistemiche”

costellazioni-familiari-sistemiche cover

http://www.ilgiardinodeilibri.it/libri/__costellazioni-familiari-sistemiche-ronchi.php?pn=4512

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. pinuccia ha detto:

    Bello Daniele…mi piace :))

    Piace a 1 persona

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